L’onere donativo in un atto di donazione : di cosa si tratta?

Indice 

1- Art. 793 c.c.

2-Chi puo’ agire per l’inadempimento dell’onere

3-La natura giuridica dell’onere donativo 

 

1- Art. 793 c.c.

L’art. 793 c.c. (“Donazione modale”) stabilisce: “La donazione può essere gravata da un onere.

Il donatario è tenuto alladempimento dellonere entro i limiti del valore della cosa donata.

Per ladempimento dellonere può agire, oltre il donante, qualsiasi interessato, anche durante la vita del donante stesso.

La risoluzione per inadempimento dellonere, se preveduta nellatto di donazione, può essere domandata dal donante o dai suoi eredi.”

La normativa evocata non definisce il concetto di onere, che sembra dare per presupposto. Dal tenore testuale della medesima risulta inequivocabilmente che la previsione dell’onere nel contratto di donazione determina il sorgere di un’obbligazione in senso tecnico in capo al donatario, il quale, infatti, è tenuto ad adempiere l’onere.

L’uso del verbo <<gravare>> sta ad indicare un preciso rapporto economico di valore che viene ad instaurarsi tra il bene oggetto della donazione (rectius, il diritto oggetto della donazione) e la prestazione patrimoniale che il donatario è tenuto ad eseguire in adempimento dell’onere, nel senso che tale ultima prestazione limita la consistenza economica “della cosa donata”.

Si ritiene, in particolare, che il sacrificio, patrimonialmente rilevante, che il donatario è tenuto a sopportare per adempiere l’onere possa anche azzerare il valore del diritto attribuito a quest’ultimo dal donante a titolo di liberalità, ma non oltrepassare tale valore, come risulta espressamente dal comma 2 della disposizione codicistica citata.

Beneficiario dell’onere può essere, oltre al donante stesso, un terzo persona fisica, persona giuridica o ente sprovvisto di personalità giuridica, e la relativa prestazione può corrispondere anche ad un interesse del donante di natura anche solo morale (si veda art. 1174 sull’interesse che deve sorreggere la prestazione), purché l’oggetto della prestazione sia patrimonialmente valutabile.

2- Chi puo’ agire per l’adempimento dell’onere 

La legittimazione ad agire per l’adempimento dell’onere è attribuito dalla legge in primis al donante, ed anche a qualsiasi <<interessato>>.

La necessaria sussistenza di un interesse non di mero fatto, ma giuridicamente rilevante e qualificato, delimita, quindi, la cerchia dei soggetti abilitati dalla legge a chiedere la condanna giudiziale del donatario a effettuare la prestazione oggetto dell’onere (art. 100 c.p.c.), al donante e al terzo beneficiario della suddetta prestazione nonché ai loro eredi, non essendo sufficiente, ai fini del riconoscimento di una legittimazione <<allargata>>, un interesse di mero fatto o un vantaggio indiretto che potrebbero ricevere dall’esecuzione della prestazione soggetti diversi da quelli appena indicati.

Per quanto concerne invece la legittimazione attiva all’azione di risoluzione del contratto di donazione per il caso in cui il donatario non adempia l’onere, essa è riconosciuta esclusivamente al donante e ai suoi eredi, a patto che il rimedio della risoluzione sia previsto nel contratto di donazione. Il terzo beneficiario della prestazione patrimoniale dedotta in onere, ovviamente, non può avvalersi dello strumento della risoluzione contrattuale, non avendo un interesse giuridicamente rilevante in proposito, atteso che egli è titolare, esclusivamente, dell’interesse all’esatta esecuzione della prestazione oggetto dell’onere, rimanendo giuridicamente indifferente per lui un’eventuale pronuncia di risoluzione del contratto di donazione.

3-La natura giuridica dell’onere donativo 

Venendo alla natura giuridica dell’onere donativo, si contendono il campo, sostanzialmente, tre diverse teorie.

Secondo un primo orientamento, il modus è un elemento accessorio del contratto di donazione (come la condizione e il termine), con funzione limitativa dell’attribuzione patrimoniale disposta a titolo liberale.

Tale orientamento disconosce l’autonomia concettuale dell’onere donativo rispetto alla donazione cui esso accede, configurandolo come veicolo per il raggiungimento di finalità ulteriori perseguite dal donante, che non influiscono però sulla causa e sulla fisionomia essenziale del contratto di donazione.

Secondo un altro indirizzo, il modus integra un autonomo negozio, collegato, dal punto di vista strutturale e funzionale, al contratto di donazione.

Nell’ambito di questa teoria, ci si divide tra chi configura l’onere donativo alla stregua di una seconda donazione, compiuta dal donatario a favore del donante o del terzo (tesi da rifiutare, in quanto il donatario che adempie l’onere non intende compiere alcuna donazione animata da spirito di liberalità, bensì dare attuazione al vincolo obbligatorio scaturente a suo carico dal modus) e chi ravvisa nell’onere donativo un contratto a favore del terzo, in cui il donante assume la veste del disponente e il donatario la veste del promittente (tale ricostruzione – ovviamente ammissibile in astratto nel solo caso in cui il beneficiario dell’onere sia un terzo – non tiene conto del fatto che il contratto a favore del terzo è un normale contratto a prestazioni corrispettive i cui effetti vengono deviati a beneficio di un soggetto estraneo al vincolo contrattuale, mentre il meccanismo giuridico dell’onere donativo con beneficiario un terzo è sin dall’origine costruito per arrecare un determinato vantaggio patrimoniale a quest’ultimo, per cui alcuna deviazione soggettiva degli effetti contrattuali è ravvisabile).

Infine, una terza tesi configura la donazione modale come un contratto a prestazioni corrispettive, in cui la donazione disposta dal donante e la prestazione a carico del destinatario, prevista nell’onere, sarebbero legate da un rapporto sinallagmatico.

Tale ultima teoria è da respingere, in quanto il donante che dispone di un proprio diritto a favore del donatario o assume verso il medesimo un’obbligazione, non intende porre in relazione la sua prestazione con l’adempimento dell’onere da parte del donatario, ma persegue esclusivamente la finalità di limitare la portata dell’arricchimento, prevedendo un obbligo a carico del donatario.

In altri termini, se la condotta prevista nell’onere venisse intesa in termini di controprestazione del diritto donato, non si potrebbe più discorrere di <<donazione>> (per quanto modale), ma di un normale contratto a prestazioni corrispettive, cui sarebbe estraneo qualsivoglia spirito di liberalità, che è elemento causale tipico e indefettibile del contratto di donazione.

In definitiva, la tesi preferibile è quella che configura il modus o onere come un elemento accidentale al pari della condizione e del termine, la cui funzione è quella di dare rilevanza giuridica a ulteriori interessi del donante, la cui realizzazione è affidata, per l’appunto, al vincolo obbligatorio che l’onere crea in capo al donatario, tenuto ad una condotta di adempimento.

La tesi del secondo contratto collegato strutturalmente e funzionalmente alla donazione non convince, oltre che per tutte le ragioni sopra esposte, per un altro, dirimente, rilievo: se effettivamente l’onere fosse ricostruibile in termini di contratto, non si ravviserebbe la ratio, in termini di utilità, della previsione contenuta nel comma IV dell’art. 793 c.c. – per cui la risoluzione del contratto di donazione per inadempimento dell’onere può essere domandata dal donante o dai suoi eredi solo se prevista contrattualmente – atteso che già secondo la disciplina del contratto in generale il creditore rimasto insoddisfatto ha ex lege il diritto di chiedere la risoluzione del contratto ove l’altra parte si renda inadempiente alle proprie obbligazioni.

Avv. Angelo Parisi 

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