Acquisto di un bene da un erede apparente

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INDICE 

1- Il principio dell’apparenza di diritto

2- L’azione di petizione ereditaria 

3- Quando il terzo che ha acquistato e’ senza colpa 

IL PRINCIPIO DELL’APPARENZA DI DIRITTO 

L’art. 534, II co., c.c., recita testualmente: “Sono salvi i diritti acquistati, per effetto di convenzioni a titolo oneroso con lerede apparente, dai terzi i quali provino di avere contrattato in buona fede.”

La disposizione costituisce una delle più significative codificazioni del principio dell’apparenza di diritto, ossia di una situazione di fatto cui l’ordinamento, in presenza di determinati indici formali e sostanziali suscettibili di ingenerare, in ragione della loro univocità, l’errato convincimento della conformità di tale situazione a diritto, riconnette effetti costitutivi, modificativi o estintivi di fattispecie giuridico-patrimoniali.

In altri termini, alla fattispecie connotata dall’apparenza di diritto, nel senso sopra detto, è attribuita rilevanza ed efficacia giuridica, pur divergendo essa dalla realtà nella sua dimensione giuridicamente qualificata; è ciò per l’esigenza, ritenuta preminente, di tutelare la sfera giuridica di chi incolpevolmente ha confidato nella rispondenza a diritto della situazione di fatto connotata da apparenza inequivoca, quale fonte di effetti favorevoli per il proprio patrimonio.

 

 L’acquisto di un bene a titolo oneroso da un EREDE APPARENTE e’ valido solo in caso di BUONA FEDE

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L’AZIONE DI PETIZIONE EREDITARIA 

Tornando alla disamina della disposizione codicistica evocata, è d’obbligo rilevare che la sua esatta portata non può essere intesa se non analizzandola nel preciso contesto in cui essa è collocata.

In particolare, l’art. 533 c.c. statuisce che “Lerede può chiedere il riconoscimento della sua qualità ereditaria contro chiunque possiede tutti o parte dei beni ereditari a titolo di erede o senza titolo alcuno, allo scopo di ottenere la restituzione dei beni medesimi.

L’azione è imprescrittibile, salvi gli effetti dellusucapione rispetto ai singoli beni.”.

A sua volta, il comma I dell’art. 534 c.c. dispone: “Lerede può agire anche contro gli aventi causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo.”

La normativa appena citata disciplina la cd. azione di petizione ereditaria, ossia l’azione che l’erede effettivo può intraprendere, in funzione sia dichiarativa sia recuperatoria, contro chi possiede beni facenti parte del compendio ereditario vantando un titolo successorio in realtà inesistente, o addirittura senza vantare alcun titolo.

L’azione in esame ha una componente dichiarativa, nella misura in cui tende al riconoscimento dell’esistenza della qualità di erede in capo all’attore, e una componente recuperatoria, la quale, presupponendo la prima, tende ad attuare l’allineamento sostanziale della qualità di erede con il possesso dei beni ereditari.

Il comma primo dell’art. 534 c.c. sancisce che l’azione di petizione ereditaria può essere proposta anche contro l’avente causa da chi possiede a titolo di erede o senza titolo, mentre il secondo comma delimita negativamente l’idoneità dell’azione intentata ai sensi del primo comma al conseguimento del risultato favorevole, stabilendo, per l’appunto, la salvezza dei diritti acquistati in base a titolo oneroso da chi provi di aver contrattato in buona fede con l’erede apparente.

QUANDO IL TERZO CHE HA ACQUISTATO E’ SENZA COLPA 

Venendo alla concreta morfologia strutturale della fattispecie dell’acquisto dall’erede apparente, si rileva che essa richiede la concorrente presenza di plurimi requisiti integrativi e perfezionativi ai fini della sua efficacia.

In particolare, il terzo deve aver acquistato diritti dall’erede apparente in virtù di un titolo oneroso, ossia di un negozio che preveda una controprestazione, un sacrificio economico da parte del terzo avente causa.

I concorrenti requisiti dell’apparente ricorrenza della qualità giuridica di erede in chi contratta con il terzo e della buona fede di quest’ultimo non possono poi essere ritenuti coincidenti nella loro portata definitoria della fattispecie, nel senso che non si risolvono l’uno nell’altro; ciò vale a dire che l’esistenza di una situazione di fatto apparentemente – e cioè in base a indici esteriori dal significato univoco – conforme al diritto, non integra di per sé sola anche la buona fede dell’avente causa, atteso che costui deve provare di aver contrattato in buona fede.

Per salvaguardare, quindi, l’autonoma rilevanza, nell’economia della fattispecie delineata dal comma II dell’art. 534 c.c., del requisito della buona fede del terzo avente causa, della cui prova costui è onerato avuto riguardo al momento in cui ha “contrattato” con l’erede apparente, si rende necessario ammettere che tale requisito integra un <<quid pluris>> rispetto all’apparenza della qualità ereditaria in capo al dante causa.

Se erede apparente è chi, per giurisprudenza e dottrina costanti, pur non essendo erede, si comporta come tale, e cioè come se l’eredità fosse a lui devoluta o da lui accettata, in modo da ingenerare nel terzo il ragionevole convincimento di trattare con l’erede effettivo, allora la buona fede del terzo avente causa è un elemento <<esteriore>> alla situazione di apparenza di diritto, e consiste precisamente nell’ignoranza incolpevole della reale situazione di fatto e di diritto; e l’ignoranza incolpevole presuppone che il terzo, nel contrattare con l’erede apparente, abbia utilizzato la necessaria diligenza, che può ritenersi integrata ove la situazione di apparenza di diritto fosse giustificata dalla ricorrenza di univoci elementi estrinseci anche e soprattutto formali.

Non è sufficiente, cioè che l’erede apparente si comporti esteriormente come se fosse il vero erede, in modo da suscitare nel terzo la ragionevole convinzione di trattare con l’erede effettivo, ma è necessario anche che il terzo si premuri di accertare l’esistenza di un titolo ereditario (vocazione ereditaria) – sia esso legale o testamentario – che contribuisca a integrare la situazione di apparenza; e ciò in quanto la nozione di erede non ha un apprezzabile contenuto pregiuridico o metagiuridico, ma solo ed esclusivamente un contenuto giuridico-formale.

Del resto, che la buona fede dell’avente causa, nel senso appena indicato, sia un requisito ontologicamente distinto dalla apparenza univoca della condizione di erede in capo al dante causa, è testimoniato dalla stessa formulazione normativa, laddove, nello stabilire che il terzo deve provare di aver “contrattato in buona fede” con l’erede apparente, sembra evocare due distinti oggetti del thema probandum imposto al medesimo terzo, ossia l’esistenza di una situazione <<esterna>> di apparenza di diritto, da un lato, e l’elemento, logicamente <<successivo>>, della buona fede dell’avente causa.

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