Ecco perche’ , per la legge italiana, Gina Lolobrigida non ha potuto diserederare il figlio

INDICE

-I diritti dei figli sul patrimonio lasciato in eredita’ dai genitori

-Il concetto di “successione necessaria”

-Le clausole testamentari con cui si disereditano i legittimari

-La condotta del figlio di Gina Lolobrigida non rientra tra i “casi di indegnita’” previsti dall’art. 463 c.c.

 

- I diritti dei figli sul patrimonio lasciato in eredita' dai genitori

L’eco e la risonanza mediatiche che ha avuto caso il caso del testamento di Gina Lollobrigida hanno sollecitato l’attenzione dell’opinione pubblica sui temi dell’autonomia testamentaria e sui diritti che spettano ai figli sul patrimonio lasciato in eredità dai genitori.

I due temi, in effetti, sono intimamente intrecciati, in quanto i diritti che competono ai membri della cerchia famigliare più stretta del defunto sull’asse ereditario costituiscono il limite più incisivo posto dall’ordinamento alla libertà testamentaria, intesa come volontà del testatore di determinare autonomamente e senza vincoli giuridicamente rilevanti la sorte dei propri beni e sostanze patrimoniali con riguardo al tempo successivo alla sua morte.

La disciplina essenziale in materia si enuclea da due articoli del codice civile, l’art. 536 c.c. e l’art. 457, III co., c.c.

Il primo di essi, rubricato “Legittimari”, recita testualmente: “Le persone a favore delle quali la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione sono: il coniuge, i figli, gli ascendenti.

Ai figli sono equiparati gli adottivi.

A favore dei discendenti dei figli, i quali vengono alla successione in luogo di questi, la legge riserva gli stessi diritti che sono riservati ai figli.”

Il comma III dell’art. 457 c.c. recita: “Le disposizioni testamentarie non possono pregiudicare i diritti che la legge riserva ai legittimari.”.

La normativa evocata detta, nel suo complesso, quello che è stato definito un principio “di ordine pubblico testamentario”, ossia l’intangibilità della quota di eredità riservata ai legittimari, non suscettibile di essere efficacemente vulnerata dalla volontà del testatore.

Dalla trama normativa esposta emerge che i parenti più prossimi del defunto vantano un diritto su una (determinata) frazione del patrimonio ereditario siccome riconosciuto direttamente dalla legge, evidentemente in funzione di tutela, in proiezione postmortem, dei valori di solidarietà vicendevole che innervano i rapporti tra i componenti della famiglia nucleare, valori ritenuti meritevoli di protezione anche con riferimento agli aspetti patrimoniali.

- Il concetto di "successione necessaria"

L’espressione “…la legge riserva una quota di eredità o altri diritti nella successione” utilizzata dall’art. 536 c.c. sta ad indicare che i legittimari sono considerati eredi “necessari” del de cuius, tanto che la legge adopera l’espressione “successione necessaria” per designare i soggetti che, in quanto aventi diritto a una quota ben individuata del relitto successorio (“quota di eredità”), sono necessariamente successori.

La quota di legittima, cui fa da contraltare la cd. “quota disponibile”, ossia la porzione del patrimonio ereditario di cui il de cuius può liberamente disporre per via testamentaria, rappresenta, nel disegno <<politico>> del legislatore del codice, il punto di equilibrio tra le istanze <<individualistiche>>, evidentemente tese a valorizzare al massimo la volontà testamentaria, e quindi l’autonomia negoziale per come si esprime nel testamento, e le istanze <<solidaristiche>>, che reclamano il riconoscimento, anche per via ereditaria, della dimensione patrimoniale dei legami famigliari più stretti.

- Le clausole testamentari con cui si disereditano i legittimari

Posto che è la stessa legge a riconoscere a determinate figure di successibili il diritto a una quota di eredità, ci si domanda, alla luce del tenore del comma III dell’art. 457 c.c., quale possa essere il trattamento giuridico della clausola con cui il testatore abbia diseredato un legittimario; in particolare, ci si chiede se una siffatta clausola debba considerarsi radicalmente nulla, per contrasto con la citata disposizione codicistica, che esprimerebbe un principio di “ordine pubblico successorio”, ovvero debba considerarsi aggredibile dal legittimario “diseredato” con lo strumento dell’azione di riduzione, ossia l’istituto tipicamente invocabile dal legittimario per reagire a lesioni quantitative della quota di legittima perpetrate a mezzo di donazioni effettuate in vita o a mezzo di disposizioni testamentarie.

Va rilevato, sul punto, che la giurisprudenza tradizionale guardava con disfavore alle clausole di diseredazione, in quanto disposizioni testamentarie dal contenuto meramente negativo, cioè teso ad escludere dalla successione uno o più successibili legittimi, obiettandosi che il contenuto del testamento è eminentemente positivo, come emerge dalla stessa definizione legislativa enunciata dall’art. 587, I c.c.: “Il testamento è un atto revocabile con il quale taluno dispone, per il tempo in cui avrà cessato di vivere, di tutte le proprie sostanze o di parte di esse.”  

Si riteneva cioè, che un testamento con il quale il de cuius si limitasse, sostanzialmente, ad escludere dalla successione un successore legittimo, impedendone la vocazione ereditaria, fosse da ritenersi invalido, per contrasto con la funzione tipica del negozio testamentario, compendiata nel verbo “disporre”, implicante la manifestazione di una volontà <<positiva>>, in quanto tesa a imprimere un determinato assetto, una determinata direzione e una determinata destinazione ai propri beni e ai propri rapporti giuridici (suscettibili di trasmettersi), per il tempo successivo alla morte.

Si reputava, inoltre, che una disposizione testamentaria di diseredazione, impedendo ad un successore legittimo di venire alla successione, perseguisse interessi non meritevoli di tutela secondo la legge, in quanto quest’ultima, selezionando, tramite l’individuazione delle figure degli eredi legittimi, la cerchia dei successibili del defunto, abbia ritenuto i medesimi soggetti meritevoli e degni di subentrare nell’universum ius del medesimo.  

L’opinione dominante era quindi orientata nel senso dell’invalidità della scheda testamentaria che constasse di una clausola di diseredazione di un erede legittimo, senza contenere contestualmente disposizioni di segno positivo-attributivo.

Tale concezione monolitica è stata gradualmente superata, prima ritenendosi che anche una disposizione testamentaria di diseredazione avesse un implicito contenuto <<positivo>> e <<dispositivo>> – in quanto il testatore, per così dire, <<diseredando istituiva>>, cioè disponeva anche della quota dell’asse ereditario che sarebbe spettata al successibile legittimo diseredato, attribuendo la stessa implicitamente agli altri successori legittimi, per effetto dell’aprirsi della successione legittima su tale quota – poi valorizzando al massimo grado l’autonomia negoziale del testatore.

È questa la posizione recentemente assunta dalla Corte di Cassazione nelle sentenze n. 8.352 del 25/05/20212 e n. 26.062 del 17/10/2018.

È utile, per apprezzare la portata della svolta, riportare il nucleo centrale degli argomenti utilizzati dalla Corte di legittimità: “… se si riconosce che il testatore possa disporre di tutti i suoi beni escludendo in tutto o in parte i successori legittimi, non si vede per quale ragione non possa, con un’espressa e apposita dichiarazione, limitarsi ad escludere un successibile ex lege mediante una disposizione negativa dei propri beni. Invero, escludere equivale non all’assenza di un’idonea manifestazione di volontà, ma ad una specifica manifestazione di volontà, nella quale, rispetto ad una dichiarazione di volere (positiva), muta il contenuto della dichiarazione stessa, che è negativa”.  “… La clausola di diseredazione integra un atto dispositivo delle sostanze del testatore, costituendo espressione di un regolamento di rapporti patrimoniali, che può includersi nel contenuto tipico del testamento: il testatore, sottraendo dal quadro dei successibili ex lege il diseredato e restringendo la successione legittima ai non diseredati, indirizza la concreta destinazione post mortem del proprio patrimonio. Il “disporre” di cui all’art. 587 c.c., comma 1, può dunque includere, non solo una volontà attributiva e una volontà istitutiva, ma anche una volontà ablativa e, più esattamente, destitutiva”.

Tenendo per fermo, come già rilevato, che l’autonomia testamentaria non può efficacemente spingersi fino al punto di escludere dalla successione un legittimario, resta da chiarire la sorte giuridica della disposizione testamentaria con cui il de cuius dichiari comunque di “diseredare” un legittimario.

 La soluzione, ad avviso di chi scrive, è fornita dall’art. 549 c.c., che recita: “Il testatore non può imporre pesi o condizioni sulla quota spettante ai legittimari, salva lapplicazione delle norme contenute nel titolo IV di questo libro.”

Se al testatore è precluso di imporre “pesi o condizioni” sulla quota riservata ai legittimari, con la conseguenza, generalmente riconosciuta, della nullità/inefficacia ab origine della disposizione testamentaria che abbia inciso negativamente sui diritti dei legittimari tramite l’imposizione di oneri o condizioni sulla quota di riserva, a maggior ragione deve ritenersi nulla una disposizione testamentaria che, “diseredando” il legittimario, impedisca la stessa vocazione ereditaria a suo favore.

- La condotta del figlio di Gina Lolobrigida non rientra tra i "casi di indegnita'" previsti dall'art. 463 c.c.

Alla luce del panorama normativo e giurisprudenziale tracciato, ben si comprende perché Gina Lollobrigida non abbia potuto “diseredare” il figlio, pur potendo rimproverargli condotte <<ostili>> o comunque incompatibili col riguardo dovuto ad una madre.

Non è certo sufficiente, per legittimare la volontà di diseredazione, addurre che un figlio abbia serbato un contegno di indifferenza, disinteresse o di trascuratezza verso la figura del genitore.

Invero, le ragioni per cui la legge stessa, tramite l’istituto dell’indegnità a succedere, stabilisce l’esclusione di chicchessia (e quindi anche di un legittimario) dalla successione del defunto, sono tassativamente codificate dall’art. 463 c.c. (rubricato “casi dindegnità”), leggendo il cui contenuto ci si avvede che vengono in rilevo, ai fini dell’operare di tale istituto, la commissione di gravissimi reati in danno della vita o, potenzialmente, della libertà del de cuius  – ovvero del coniuge, di un discendente o di un ascendente di lui – (omicidio, tentato omicidio o un fatto al quale la legge dichiara applicabili le disposizioni sull’omicidio, denuncia calunniosa o falsa testimonianza in danno delle medesime persone in relazione a reati punibili con la pena con la pena dell’ergastolo o della reclusione per un tempo non inferiore nel minimo a tre anni), la commissione di fatti violativi della libertà morale del testatore (induzione, con dolo o violenza, a redigere, revocare o mutare il testamento), la commissione di condotte contro la materialità della scheda testamentaria che ha raccolto il volere del testatore (soppressione, celamento o alterazione del testamento della persona della cui successione si tratta), e la commissione di condotte tese a dare corpo e forma esteriori a una volontà testamentaria inesistente o a rivolgere a proprio vantaggio una volontà testamentaria solo apparente (formazione testamento falso o uso consapevole di testamento falso).

Giova infine ricordare che l’indegnità (esclusione dalla successione stabilita direttamente dalla legge, in virtù di fatti che, anche e soprattutto per la loro rilevanza penale, suscitano un giudizio di riprovazione sociale, che viene assunto dal diritto, rendendo indegno a succedere chi li ha posti in essere) è concetto ed istituto ben diverso dalla diseredazione (volontà, propria del testatore, di escludere la vocazione ereditaria nei confronti di un erede legittimo purché non legittimario, che, come rilevato, non abbisogna di motivi <<esterni>>, esprimendo un autonomo regolamento di interessi da parte del testatore con riguardo al tempo successivo alla sua morte).

Avv. Angelo Parisi 

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